Da ragazza ero molto razionale, credevo che studiando a più non posso alla fine si potesse giungere ad avere le risposte ad ogni domanda, anzi, credevo che un’intelligenza superiore avesse redatto i piani di studio del liceo e dell’università proprio per tenermi sempre sospesa sul filo della conoscenza che conduceva a scoprire il seguito alla puntata successiva. Tuttavia, negli ambiti ove ho concluso il percorso proposto, mi ritrovavo con alcune domande in sospeso come al punto di partenza. Mi si aprivano a questo punto diverse possibilità:

  • Mi arrendo: sono stufa e lascio perdere;
  • Mi adatto: accetto i limiti del percorso compiuto e le relative competenze maturate che permettono di fare comunque qualcosa di buono nella vita;
  • Ne faccio qualcosa di buono e proseguo: parto quindi dalla seconda opzione per lavorare e fare esperienza, continuando allo stesso tempo la mia ricerca altrove, ad un altro livello, guidata dalle domande curiose che sorgevano in me. 

Questa terza opzione mi ha permesso di non sprofondare nella desolazione e di onorare ogni tappa di un percorso che col tempo ho imparato ad apprezzare in ogni sua sfaccettatura, in quanto mi sono resa conto che che si può assaporare veramente sempre e solo il passo che nasce nel presente dal giusto movimento creativo.

Come già menzionato nell’articolo https://labiologiedelavie.com/perche-ci-mettiamo-alla-ricerca-2/  , all’università il mio sogno di trovare la verità grazie alla logica classica aristotelica del vero/falso che avevo appreso è andato in fumo durante le lezioni di patologia e farmacologia, ove la limitatezza e la superficialità nel descrivere e nell’interpretare i dati apriva nuove porte verso terreni ancora inesplorati o affidati alle competenze di altre materie. “E chissà se altrove avevano indagato i tasselli mancanti con sufficiente logica?”, mi chiedevo, mentre i miei interessi mi conducevano parallelamente verso i misteri dei Maya e dei popoli antichi, ove le scienze erano fuse con un aspetto di sacralità che mi attirava come una calamita. 

La tecnicità che ho trovato nel libro “Le profezie dei Maya” di A. Gilbert e M. Cotterel è davvero notevole e speravo che anche nella nostra cultura qualche disciplina potesse darmi altrettanta completezza. Quando anche questa speranza andò perduta, compresi pian piano che stava a me farlo: integrare interiormente la scienza e la spiritualità,  rivalutare tutto ciò che avevo appreso fino a quel momento con riconoscenza, alla luce di una visione evolutiva dell’essere umano e del pensiero ove ogni tassello occupa il giusto posto e conduce al successivo.

Il passaggio dalla logica ordinaria che descrive una realtà di primo ordine oggettiva, alla logica circolare non ordinaria, facilita la comprensione del fatto che l’interpretazione della realtà è soggettiva e dipende dalla PERCEZIONE di ogni essere vivente. Esistono quindi infinite realtà percepite come vere da ognuno di noi  (https://giorgionardone.com/it/formazione-soluzione-dei-problemi/)

Se avessimo una chiara esperienza del significato della percezione per un essere vivente, se fossimo capaci di connetterci ad essa e se fossimo consapevoli di quali implicazioni tale percezione possa avere nel corpo e nella psiche, il discorso potrebbe finire qui; non essendo così per molti di noi, ci troviamo piuttosto all’inizio di uno splendido viaggio alla scoperta esperienziale dei mondi misteriosi che ci compongono e che muovono la nostra psiche!

Com’è la scienza che si occupa della percezione? 

Vai al secondo modulo del percorso “Tatto, Conoscenza e Consapevolezza” intitolato:

“Neuroscienze, epigenetica, le proprietà dell’acqua e i campi morfogenetici: i segreti della vita e la biologia della relazione“.

Vai al modulo del percorso “Ascolto e comunicazione consapevole” intitolato: “La logica”

Buona percezione a tutti!

Sonia 

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